L'empatia, da qualità essenziale delle relazioni umane, sembra oggi trasformarsi sempre più in una condizione difficile da sostenere. La capacità di immedesimarsi nella sofferenza degli altri – che si tratti di una persona fragile, di un animale ferito o di tragedie lontane – può generare un senso di impotenza e frustrazione, soprattutto quando non trova sbocchi concreti.
Allo stesso tempo, il contesto contemporaneo sembra favorire un progressivo indebolimento di questa sensibilità. Da un lato, il linguaggio politico e pubblico ha spesso sostituito la solidarietà con la retorica della forza, della competizione e della contrapposizione, facendo apparire l'empatia come un segno di debolezza anziché una risorsa collettiva. Dall'altro, la continua esposizione, attraverso i social media, a immagini di guerra, violenza e sofferenza produce un inevitabile processo di assuefazione: per difendersi dall'eccesso di dolore, le persone finiscono per desensibilizzarsi.
A questo si aggiungono altri fattori tipici della società contemporanea: l'individualismo alimentato dalla competizione, la progressiva sostituzione dei legami reali con quelli virtuali, lo stress quotidiano e un modello economico che privilegia il successo individuale rispetto alla cooperazione. Il risultato è una società sempre più diffidente, incline a vedere nell'altro un rivale o un nemico anziché una persona con cui condividere esperienze, responsabilità e destino.

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