domenica 31 luglio 2016

Il bikini compie 70 anni

Il bikini compie 70 anni, una storia scritta dalle dive: Dall'Atomica Rita Hayworth a Ursula Andress, fino a Raquel Welch...


L’aveva ben dipinta Dalida nella sua canzone Pezzettini di bikini quella «piccina che dalla cabina uscire non voleva», timorosa di avere tutti gli occhi addosso, lei, con quei due pezzi di stoffa così poco coprenti. Era il 1960 e quello che sarebbe diventato un marchio planetario era già nato da tempo pur se con alterne (s)fortune. Si deve al sarto francese Louis Réard (1897-1984) l’idea del costume da bagno, la cui storia è accompagnata da un curioso destino ricostruito a Parigi con la mostra «70 anni del bikini» alla Galerie Joseph-Froissart, grazioso spazio espositivo nella parte alta del Marais. 

Con un debole per il deposito del marchio, Réard fece quello che i francesi definiscono coup de théâtre: si ispirò per il nome a un’isola del Pacifico (Bikini, appunto) in cui gli Stati Uniti stavano facendo test nucleari. In questo modo l’effetto sarebbe stato garantito: bikini avrebbe evocato l’esplosione e l’effetto choc avrebbe fatto il resto.

Nulla di tutto questo accadde. La presentazione alla piscina «Molitor» il 5 luglio 1946 fu un vero e proprio flop e, giudicato troppo volgare, il bikini non interessò nessuno, tanto meno i giornalisti di moda. Una riposta surreale e davvero poco «esplosiva» per il povero Réard che aveva tanto scommesso sulla «Festa dell’Acqua» alla «Molitor», appuntamento tra i più sentiti della Parigi dalla gioia di vivere - a guerra finita - e, più prosaicamente, luogo in cui l’industria balneare muoveva i suoi primi passi.

Non bastò neanche la conturbante e disinibita ballerina del Casino di Parigi a rendere appetibile, con la sua sfilata, la nuova creazione di moda; e forse pesò anche su Réard il suo essere non propriamente del mestiere. Gli si rimproverava la formazione di ingegnere specializzato in automobili (in realtà preferiva gestire la boutique della madre, «Le Folies Bergères» dove passava gran parte del suo tempo) e di aver ceduto troppo al fascino di due minuscoli triangolini. La sua, insomma, era sì un’idea era visionaria, ma i tempi non erano ancora maturi.

Come si suol dire, il tempo è galantuomo e per parlare non ha bisogno di essere interrogato: è tanto vero questo adagio che la storia a Réard darà ragione. Pian piano, nel corso degli anni, il bikini si imporrà nel guardaroba tanto delle dive quanto delle borghesi, con buona pace dello scandalo che ieri fece, ma che oggi non verrebbe minimamente percepito. Ci pensò Brigitte Bardot nel 1958 nel film E Dio creò la donna e seguirono poi tante celebrità, non solo francesi, a rendere glamour la creazione di Réard. Da allora il bikini ha vissuto una stagione che non conosce tramonto: parola universalmente nota, ha fatto il giro del mondo con tutte le sue varianti possibili: colori, tinta unita, con laccetti, a balconcino, castigati, disinibiti, rettangolari e triangolari.

E l’esposizione bene traccia questa parabola ascendente con le dive, da Ava Gardner in giallo su uno scivolo, a Raquel Welch (che sarà rappresentata in bikini anche da Dalì), da Marylin Monroe a Brigitte Bardot, passando per sconosciute ma bellissime francesi sorridenti e chic sulla Senna. E poi i primi concorsi per reginette con sfilate al Bois Boulogne e sugli Champs Elysées completano il quadro di questa mostra arricchita con pezzi unici da collezione e con gli strumenti sartoriali per una buona realizzazione. Come dire, il «cantiere» del bikini. Certo, fa specie vedere dei costumi d’antan con fiocchi e gonnellini e alcuni realizzati anche con materiali improbabili (con inserti in inox e in vinile), ma si sa, alla moda non si comanda e alla bellezza men che meno. Dovevano saperne qualcosa Ursula Andress, meravigliosa mentre esce dal mare in bikini bianco, e Romy Schneider, solo per citare altre dive in mostra.

Ma senza nulla togliere al loro indubbio fascino ciò che colpisce è l’effetto a cascata della moda bikini: giovani francesi dagli anni ‘60 in poi consapevoli di mostrarsi senza paura di apparire volgari, al contrario; del resto sembra essere la loro prerogativa apparire superbamente chic con pochi pezzi di stoffa addosso tanto al mare quanto in città. E con la pancia piatta dopo una sera a «pasteggiare» camembert. Ma questa è un’altra storia.


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