martedì 19 febbraio 2019

Sfidando il vuoto e il silenzio

L’associazione In Arte Exhibit e la rivista In Arte Multiversi sono liete di presentare al pubblico di Matera la mostra personale dell’artista Daniela Grifoni dal titolo:“ Sfidando il vuoto e il silenzio “. L’evento avrà luogo all’interno della galleria d’arte di Casa Cava, scavata nel tufo e ubicata nel cuore della città antica.

Da sempre Daniela Grifoni si dedica all’arte, dottore honoris causa, accademico della Italia-inglish accademy di Londra lascia subito il segno in alcuni musei del mondo come il Moa, museo Casanova, museo Maui, e in numerose collezioni private. Daniela Grifoni è stata recensita da illustri critici dell’arte, quali Paolo Levi, Vittorio Sgarbi, Bruno Rosada, Serena Baccaglini,  Alfredo Pasolino,  Alberto Gerosa, Paolo Manazza, Raul Capra, Bonini Lorenzo, commissione critica della Royal Accademia di Londra,  dedica la sua vita alla pittura, scultura plastica, scenografie d’impatto per opere teatrali, trae dall’arte la sua linfa vitale.

Allontanatasi del tutto dalla sperimentazione Espressionista di ambito informale, Daniela Grifoni, in modo motivato, ha trovato un suo suggestivo approdo linguistico mirabile, sia all’occhio che al tatto. Del percorso dei decenni trascorsi, ha saputo conservare le vibrazioni cromatiche, valori aggiunti disponibili all’immediata percezione visiva dell’osservatore. La sua innata creatività la guida oggi in una stagione di impegno civile, sul tema portante della lotta contro la violenza sulle donne. 

Perfettamente coerente il linguaggio plastico visionario e del tutto inedito, che dà corpo alla sua battaglia. Questi costrutti sapienti fra pittura e scultura aprono scenari inquietanti, comunque calibrati dal garbo esecutivo dell’autrice. A differenza delle opere del suo passato  nulla ha più da spartire con l’automatismo psichico degli anni ’80 –’90, quando Grifoni, indirettamente, pensava a Robert Rauschenberg, e alle sue colate guidate di colore. Oggi l’artista è nella sua piena maturità. 

Le sue nuove rivelazioni arcane, esplicite e insieme allusive nel contenuto e nell’impegno, sono sostenute dalla perfetta calibratura e dall’armonia esecutiva che, in verità, è madre e padrona di tutti questi corpi sinuosi. Nel ruolo predominante, in un gioco superbo tra le parti, la donna non si rivela tanto nella talentuosa bellezza dei colori, ma nelle forme informi che si materializzano in carne viva, sfidando il vuoto e il silenzio, da cui deriva il titolo della mostra, Paolo Levi.

 

Sfidando il vuoto e il silenzio - Daniela Grifoni

Dal giorno 8 al 18 marzo – Opening 8 marzo ore 17:00

Casa Cava – Via San Pietro Barisano 47, Matera
Curato e organizzato da In Arte Exhibit


Ufficio stampa “In Arte Multiversi”

Largo Pisacane 15, 85100 Potenza
Infoline: 330 798058 - 392 4263201

E-mail: informazioni@in-arte.org - eventi@in-arte.org
Website: www.in-arte.org - Facebook: www.facebook/InArte





domenica 17 febbraio 2019

Archivio Atelier Pharaildis Van den Broeck - Alessandro Roma

Lunedì 18 febbraio 2019 alle ore 18.30, l’Archivio Atelier Pharaildis Van den Broeck apre per la prima volta al pubblico in occasione della Project Room #1 .

In questo primo appuntamento Alessandro Roma si confronta con le opere e i materiali conservati in quello che è stato, dal settembre 2008, l’atelier dell’artista belga di nascita e italiana d’adozione Pharaildis Van den Broeck (Opwijk, 1952 - Milano, 2014).

Invitato a riflettere su alcuni temi centrali nel lavoro di Van den Broeck come la ripetizione del segno pittorico e degli elementi iconografici e il rapporto tra pittura e moda, Roma ha pensato e realizzato un nuovo lavoro in dialogo con i materiali conservati nell’archivio.


Alessandro Roma
Archivio Atelier Pharaildis Van den Broeck
Milano - dal 18 febbraio al 15 aprile 2019
Via Marco Antonio Bragadino 2 (20123)
+39 3487097090
aa.pharaildis.vandenbroeck@gmail.com

venerdì 15 febbraio 2019

Mario Tozzi e la Geometria della purezza

Dal 23 febbraio al 30 marzo 2019 la Galleria de’ Bonis di Reggio Emilia (Viale dei Mille, 44/B), in collaborazione dell’Archivio Tozzi, ospiterà una mostra monografica dedicata a Mario Tozzi, un grande maestro nel ‘900 che sta vivendo un felice e fortunato momento storico. 

Protagoniste dell’esposizione saranno diverse opere rappresentative del periodo più ricercato dell’artista, quello dei fondi bianchi di Suna (indicativamente da metà anni ’60 a metà anni ‘70), che prende il nome dalla località sul lago Maggiore nella quale Tozzi ha risieduto per tanti anni. 

Si tratta di opere che fanno parte della maturità del pittore, caratterizzate da fondi bianchi, gessosi e spatolati, che ricordano l’intonaco e l’affresco.

Accanto a questi dipinti trovano spazio in mostra opere precoci, del secondo decennio del ‘900, che mostrano già una grande perizia pittorica e una straordinaria sensibilità cromatica, come “Notturno” del 1912, una chicca per collezionisti.

La pittura di Tozzi è enigmatica e fuori dal tempo, la sua ricerca ruota intorno ad una gamma cromatica raffinata e selezionata che gioca sui toni del bianco e del rosa, tingendosi talvolta di nero e illuminandosi di azzurro.

Le sue figure femminili sono ieratiche e lontane come divinità, protette da una geometria silenziosa abitata da piccole figure stilizzate, oggetti e linee che costituiscono quasi un lessico misterioso dell’artista.

Nato nel 1895 a Fossombrone, vicino a Urbino, Mario Tozzi vive gran parte della sua vita a Suna, sul Lago Maggiore, nella residenza di famiglia. Negli anni ‘20 si trasferisce insieme alla moglie, di origine francese, a Parigi. Artista colto e raffinato, grazie alla ricchezza della sua formazione, fonda il “Groupe des Sept” (conosciuto come “Les Italiens de Paris”) con Campigli, De Pisis, Paresce, De Chirico, Savinio e Severini. “Mostri sacri” dell’Arte Italiana, questi giovani artisti domineranno la scena artistica nella Parigi degli anni ‘20 e arriveranno ad affermarsi a livello internazionale.

Mario Tozzi (Fossombrone, 30 ottobre 1895 – Saint-Jean-du-Gard, 8 settembre 1979) è un artista chiave per il ‘900 italiano. Con uno stile dai volumi puri muove la sua ricerca sul corpo umano, quello femminile in particolare, studiandone la sacralità nelle forme geometrizzanti e lo sguardo, vuoto sul mondo esteriore e tutto rivolto a quello interiore.

La mostra, ad ingresso gratuito, verrà inaugurata sabato 23 febbraio alle ore 17.00 e sarà visitabile fino al 30 marzo 2019, dal martedì al sabato dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 16.00 alle 19.00, il giovedì dalle 10.00 alle 13.00. 


Mario Tozzi, Geometria della purezza
In collaborazione con Archivio Tozzi
Galleria de’ Bonis, Reggio Emilia
23 febbraio – 30 marzo 2019
Inaugurazione: sabato 23 febbraio, ore 17.00
Orari: da martedì a sabato ore 10.00-13.00 e 16.00-19.00, giovedì ore 10.00-13.00. 
Ingresso libero

Per informazioni:
Galleria de’ Bonis
Viale dei Mille 44/B, Reggio Emilia
Tel. 0522 580605, cell. 338 3731881
info@galleriadebonis.com
www.galleriadebonis.com      
www.facebook.com/galleriadebonis
www.twitter.com/galleriadebonis
Instagram: @galleriadebonis

Ufficio Stampa:
CSArt – Comunicazione per l’Arte
Via Emilia S. Stefano 54, Reggio Emilia
Tel. 0522 1715142, cell. 348 7025100
info@csart.it, www.csart.it 

martedì 12 febbraio 2019

Portrait of a Room di Thomas Kovachevich

Dal 15 febbraio al 27 marzo 2019 la Galleria Poggiali di Milano ospita Portrait of a Room, la prima mostra personale dell’artista americano Thomas Kovachevich (Detroit, 1942) in Italia, a cura di Chiara Bertola.

Portrait of a Room - che sarà inaugurata giovedì 14 febbraio dalle 19 alle 21 - raccoglie un corpus di opere pensate dall’artista appositamente per la Galleria legate alla materia che ha caratterizzato e attraversato tutta la sua carriera: la carta e la sua enorme possibilità di vita e di trasformazione. Un’installazione unica, che entra in relazione con lo spazio cubico della project-room e con l’ampia e luminosa vetrina che si apre su Foro Buonaparte creando un’inaspettata profondità spaziale.


Una mostra “viva”
Nello spazio illuminato a luce naturale, Kovachevich ha preso il più semplice dei materiali – nastro da imballaggio bianco e nastro di gros grain – e ha creato tre lavori separati che si percepiscono allo stesso tempo scultorei e pittorici. Ogni tableau a parete è composto da lunghe strisce di nastro di gros-grain fissate in alto e in basso su un pezzo più spesso di nastro. Appese una dopo l’altra, le strisce creano un quadrato di colore vivo che si trasforma con lo spostamento nello spazio e l'umidità nell’aria. La striscia di carta si muove e si arriccia intorno al nastro, respira, vive, si trasforma nell’arco del giorno man mano che cambia il livello di umidità nella stanza. I tre grandi quadri alle pareti della galleria non sono soltanto una registrazione dei cambiamenti nell'ambiente, ma rappresentano anche un modo peculiare di percepire la stanza, rendendo visibile l’invisibile. Quando i nastri di carta incollati al gros-grain si aprono e si chiudono, tutta la parete vibra e si muove come se fosse attraversata dal vento e dall’aria esattamente come la luce vibrava nei campi en plain air di una tela impressionista.

Per affrontare l’opera di Thomas fatta soltanto di carta – sottolinea nel suo testo in catalogo Chiara Bertola, curatrice della mostra – ho dovuto rimettermi a studiare questioni che avevo dato per scontato sul vedere e sul guardare. Ho sentito l’esigenza di riprendere in mano gli studi sulla percezione di Rudolf Arnheim e farmi aiutare dalla sapienza antica di Socrate per ricordarmi che non vediamo perché abbiamo gli occhi, ma che abbiamo gli occhi ‘per vedere’”.

Per trasformare lo spazio della stanza della galleria in un paesaggio congelato a Thomas Kovachevich sono stati sufficienti tre cubi di carta increspata, una colonna composta da tubicini di carta trasparente e un gruppo di sagome ritagliate in carta traslucida che ancora lascia passare la luce. La sensazione è quella di ritrovarsi davanti un paesaggio fatto di iceberg, stalattiti e geyser, dove le forme semitrasparenti, acquistano volume e dimensione contenendo la luce al loro interno.



Smaterializzare l’arte
Gran parte del lavoro di Kovachevich ha una qualità intima che gioca tra il controllo e incidente e investe la geometria con un contenuto emotivo. Per l’artista americano le forme sono esplorazioni razionali della geometria e il contenuto emotivo insito nel suo lavoro è costituito da una componente irrazionale. “Credo che uno dei motivi per cui ero attratto dal minimalismo – racconta lo stesso Kovachevich – era il suo tentativo di definire la purezza. Tuttavia, nel mio lavoro ho sempre cercato di investire la geometria con un contenuto emotivo”.

Thomas Kovachevich fa parte di quella generazione di artisti che, in America, tra la fine degli anni '60 e i primi anni '70, hanno esplorato l'idea di smaterializzazione dell’arte per rendere il processo creativo accessibile al pubblico; si avvicina alle ricerche della Process Art e utilizza materiali naturali e industriali confrontandoli per esaltarne l’espressività primaria delle loro proprietà fisiche. Gli artisti a lui più affini sono Richard Tuttle per l’utilizzo di materiali, James Lee Byers che rende l'invisibile la sua arte e Tom Shannon che gioca con la meraviglia della scienza.

Harald Szeemann e Jean-Christophe Ammann, che lo invitarono a Documenta 5 nel 1972, lo inclusero in un gruppo di artisti e parlarono per la prima volta di ‘mitologie individuali’.

Oggi le sue opere sono conservate all’interno di importantissime collezioni internazionali, tra queste quella del Bern Kunst Museum di Berna, quella del Hammer Museum di Los Angeles, quella del Museum of Contemporary Art di Chicago quella Museum of Jurassic Technology di Los Angeles e quella Museum Marseille/Cantinni di Marsiglia.

Per l’occasione sarà edito un catalogo con testo critico di Chiara Bertola.



Ufficio media: Marco Ferri - mob.+39-335-7259518; @mail: press@marcoferri.info

domenica 10 febbraio 2019

Coco, Audrey, Jackie: lo stile senza tempo. Fotografie di Mark Shaw

La collaborazione tra Mantova Outlet Village e ONO arte contemporanea si rinnova e prosegue anche quest’anno con la mostra “Coco, Audrey, Jackie: lo stile senza tempo. Fotografie di Mark Shaw”, la prima personale italiana di Mark Shaw, uno dei più importanti fotografi di moda degli anni ’50 e ’60, che firmò oltre 25 copertine per la celebre rivista “LIFE” e immortalò alcune tra le più indimenticabili icone femminili dell’epoca.

La mostra, composta da 40 scatti, è infatti occasione per riflettere sul concetto di Fashion Mass Icon, termine in voga negli ultimi decenni negli studi sociologici e di moda, ma concetto che in realtà risale a molti anni addietro, quando fotografia e moda hanno intrecciato i loro destini.

È proprio all’inizio del XX secolo che la moda inizia a costruire la proria identità come oggi la conosciamo: fenomeno di massa cioè «sistema che ha nella dimensione urbana il suo terreno di espressione e di riproduzione, di coesione sociale e di comunicazione del gusto, che è basato non solo sulla distinzione, ma anche sull’imitazione». 

In questa comunicazione dell’immaginario e della costruzione delle icone fashion la fotografia ha svolto un ruolo fondamentale in quanto mezzo che ha saputo cristallizzare il perpetuo divenire di stili e del mutare del gusto. Mark Shaw è stato uno dei più grandi e fedeli interpreti di questo immaginario, e per farlo si servì anche del colore, diventandone un pioniere. 

Icona, mito e star sono tutti sinonimi che rimandano ad un fenomeno più antico, quello delle immagini di tipo religioso: personaggi venerati e adorati e che se riletti con gli occhi della contemporaneità, si impongono anche come fenomeno mediatico la cui moltiplicazione dell’immagine non ne inficia l’autorità ma anzi la rafforza. 

Si pensi a Coco Chanel, che non solo ha dettato la moda ma che ha fatto della sua stessa vita un’opera d’arte da ammirare, diventando ben presto motivo d’ispirazione e ammirazione per le nuove donne moderne, che aspiravano ad essere libere di esprimersi e dinamica nello stile di vita. Vita personale e stilista erano due facce della stessa medaglia e come scrisse Anne Hollander «Chanel fu la prima couturière a vendere un’immagine globale e a mostrare come crearla». 

La carriera di Shaw – iniziata nel 1946 per Harper’s Bazaar e Mademoiselle per poi passare nel 1952 LIFE – è infatti tra gli altri legata al nome di Coco Chanel, che il fotografo immortalò nel 1957, sempre per LIFE, durante il "ritorno alle scene" della stilista. Chanel si era ritirata nel 1938 da una azienda che contava oltre 3000 dipendenti, ma incapace di resistere alla tentazione della moda, era rientrata nell'impresa nel 1954.

Per lo shooting, le cui immagini sono esposte in mostra, Shaw ritrasse Coco Chanel (in alcuni scatti assieme all'attrice Jeanne Moreau e la modella Suzy Parker) nel suo appartamento di Parigi che era anche la sede della casa di moda Chanel. LIFE pubblicò il servizio il 19 agosto 1957 (che era anche il compleanno di Chanel). La famosa scala a specchio che dominava l’appartamento di Chanel si rivela una location fotografica perfetta. Le immagini informali in bianco e nero sono state create utilizzando una discreta fotocamera da 35 mm e nessuna luce artificiale, fatto che permise a Shaw di catturare una Chanel insolitamente rilassata, in momenti intimi e quasi confidenziali. 

La mostra partendo dalla sessione fotografica con Chanel si allarga però alle tante altre icone ritratte da Shaw, come Brigitte Bardot, Elizabeth Taylor, Grace Kelly, Jane Fonda, Jackie Kennedy o Audrey Hepburn quest’ultima immortalata nel 1953 sul set del film “Sabrina”. 

Fu proprio grazie al suo background nel modo della moda che Shaw fu scelto per coprire la lavorazione del film - che vedeva una giovanissima Hepburn reduce dal successo di “Vacanze Romane” – negli studi della Paramount per oltre due settimane. Se all’inizio l’attrice si rivelò timida e quasi ritrosa nei confronti dell’obbiettivo di Shaw, presto però tra i due si instaurò una amicizia e una confidenza che permise al fotografo di catturare scatti casual e privati che contribuirono con il loro stile a donare dell'attrice quell’immagine naturale che è rimasta nella storia. I negativi di quella sessione fotografica andarono perduti e solo recentemente sono tornati alla luce permettendoci di riscoprire lo fascino senza tempo di uno dei nomi più amati del cinema. 

Le fotografie di Shaw, esposte per la prima volta in Italia al Mantova Outlet Village, fanno rivivere personaggi che hanno segnato un’epoca ed uno stile che ancora oggi influenzano la moda e la cultura contemporanea. La mostra (10 febbraio – 14 aprile 2019), organizzata da Mantova Outlet Village e curata da ONO arte contemporanea, è ad ingresso libero. L’opening, con la presentazione di Daniela Sogliani, storica dell’arte che illustrerà il lavoro di Shaw e la sua continua influenza sull’immagine contemporanea, avverrà domenica 10 febbraio alle ore 16.30. 

Interverranno contestualmente gli organizzatori e i curatori della Mostra 

martedì 5 febbraio 2019

Modenantiquaria 2019

Per Modenantiquaria (ModenaFiere dal 9 al 17 febbraio) è l'anno dei record: La XXXIII edizione è espressione del progetto ambizioso e ricercato che il Direttore di ModenaFiere Paolo Fantuzzi ha delineato ancora 4 anni fa.

"Forte di uno staff d'eccellenza, della preziosa consulenza di Pietro Cantore, Presidente Associazione Antiquari Modenesi e di un comitato scientifico di alto valore che vede coinvolti tra gli altri Marco Riccomini, Andrea Bacchi e Anna Orlando siamo riusciti pienamente nell'intento" - afferma il Direttore di ModenaFiere.

Modenantiquaria è oggi il "grande Salotto dell'Antiquariato", incontro di Collezionisti d'arte, appassionati, arredatori, designer ed esperti alla ricerca di pezzi per le grandi collezioni internazionali e per i più famosi Musei del mondo.

"Con nostra grande soddisfazione - continua il Direttore Paolo Fantuzzi- Modenantiquaria è diventata la manifestazione di riferimento per chi cerca e ama l'Eccellenza, per chi desidera ardentemente acquistare o anche semplicemente ammirare un Guercino o un Carracci dalla sacralità profonda e toccante o per chi vuole immergersi nel fascino e nella raffinatezza di Giovanni Boldini e le sue signore di charme, per chi cerca il colore e la vivacità di Andy Wharol e via dicendo in un articolarsi di grandi nomi e grandi opere d'arte che sapranno soddisfare ogni singola esigenza."

Tante le Gallerie di prestigio presenti; da Altomani a Fondantico, da Bottegantica a Cesare Lampronti, da Art studio 800 a Argo Fine Art, da Longari Arte alla Galleria Quadrifoglio e ancora la Galleria Arte Cesaro, Cantore Galleria Antiquaria e Galleria Romigioli, Maurizio Nobile, Robilant Voena e Robertaebasta, Mirco Cattai, Studiolo Fine Art e Verdini C. Antichita'.

Queste solo alcune delle Gallerie più importanti presenti a Modenantiquaria.

Da non dimenticare per la grande importanza le new entry di questo anno: Romano Fine Art di Firenze specializzata in disegni antichi, Salamon di Milano, Miriam Di Penta Fine Arts e Paolo Antonacci di Roma e Callisto Fine Art di Londra.

L'Associazione Antiquari sarà presente in un raffinato stand collettivo all'inizio del percorso.
Undici le Gallerie presenti: Alessandra Di Castro, Riccardo Bacarelli, Donatella Balzaretti, Bruno Botticelli, Enrico Frascione, Carlo Orsi, Fabrizio Moretti, Piva & C, Roberto Caiati, Walter Padovani, Maurizio Brandi.

Ognuno di loro selezionerà un preziosissimo capolavoro a icona dell'alto valore delle loro rispettive Gallerie.

Proprio Fabrizio Moretti e Carlo Orsi saranno protagonisti di due simposi culturali coordinati da Leonardo Piccinini e Marco Carminati del Sole 24 ore.

Modenantiquaria il salotto dell'Eccellenza dal 9 al 17 febbraio a ModenaFiere.
MODENANTIQUARIA. Modena, Quartiere Fieristico ModenaFiere (via Virgilio 70). 

Orario: lunedì, martedì e mercoledì, dalle 15 alle 20; giovedì, venerdì, sabato e domenica, dalle 10:30 alle 20. 

Biglietti: intero euro 15, ridotto euro 12 (il biglietto è unico con Petra)

Informazioni: info@modenantiquaria.it tel +39 059 848380

sabato 2 febbraio 2019

Mariangela Calabrese e il suo Mediterrando

Sabato 9 febbraio 2019, negli spazi del MUSEO IRPINO – ex CARCERE BORBONICO, ad Avellino, si inaugura la mostra ' Mediterrando' di Mariangela Calabrese.  Scrive Rocco Zani, critico d’arte : 

“La comunicazione non verbale è più vera, profonda, onesta. Il silenzio cambia l’intero essere” sostiene Marina Abramovic. E’ in questa direzione che Mariangela Calabrese pone il suo sguardo, la sua coscienza.
  
E al silenzio affida il respiro di un colore che non è conforto o barlume occasionale, piuttosto smisurata inclinazione alla ricerca dell’essenza e dell’essenziale. Direi che la sua biacca remota, il suo blu, il rosso argilloso sono oggi sillabario mai stagnante di una narrazione che si fa giorno dopo giorno itinerario “consueto” della sua presenza artistica, della sua sostanza.

Quasi a riportare - con l’indugio del dubbio - sull’altrove della tela i frammenti più intensi e intimi della propria esistenza. Una pittura “autobiografica”? Credo in verità che ogni linguaggio sia simultaneamente “principio proprio” e accento su criteri di un esistere analogo. Ovvero, l’opera nasce fatalmente dalla propria consapevolezza di attraversamento e da quella griglia frammentata (di ascolti, di riflessioni, di memorie) che accoglie le voci di uno stesso patire. Accade allora che le congetture del quotidiano - dai minuti sostentamenti al destino delle ombre, dalle militanze turbolenti alle parole abbuiate - diventino di colpo materia per imbastire capitoli o alloggio della propria identità espressiva. E mi aiutano le parole di Gillo Dorfles recuperate nel suo magico “Elogio della Disarmonia”: …la discontinuità, l’anisocromia del tempo, l’anisotropia dello spazio, vanno di pari passo con la discontinuità nella vita delle forme. Non è vero che da una forma determinata derivi, per logica metamorfosi, la forma successiva…una cosa è certa: la vis creativa dell’uomo è continuamente preda di spettacolari salti e le opere che ne derivano ne sono lo specchio fedele…

Credo che accada per Mariangela Calabrese. Che svuota pareti per ripristinarne altrove. Il “vincolo dell’abbraccio” è l’appartenenza al tempo clemente, alle considerazioni sull’equilibrio finanche formale di una storia incentrata sulle certezze, sull’immaginifico della devozione. Da qui la necessità probabilmente di una comunicazione latente, affidata ad una prospettiva esplicita e riconoscibile, come notifica alla percezione comune. Priva di filtri o di meditate profanazioni. Rivelatrice del dialogo. Ma “la vita di sempre” rinnova enigmi e concede estremi imprevedibili. E nell’arte l’imprevedibilità è foraggio e fame al contempo. 

Rimane vivo il “timbro” del prologo fatto di una perentorietà cromatica affidata ad una poetica tonale identitaria dove il blu, il rosso e la biacca si son fatti via via metalinguaggi preziosi, essenziali, quasi sonori. Come capitoli ricorrenti - ma originali - di una narrazione che non offre alibi conclusivi ma sopravvive e si alimenta, di volta in volta, di nuovi “ascolti”, di infrazioni, di registri inediti. Una pittura, quella di Mariangela Calabrese che vive il presente. Quello trascorso. Quello, non ancora addomesticato, che ci attende. "



Mariangela Calabrese
Dal 1980 si dedica prevalentemente alla ricerca pittorica attraverso riflessioni e rielaborazioni di   concetti della tradizione dell’arte e della letteratura. Partendo dal Simbolismo di fine ‘800, da Turner all’Informale, da Rothko, Klein, Twombly, tramite riferimenti visivi- informazioni di energia ideativa, e da Virgilio a Dante dove una concessione formale aperta - sollevata da reminiscenze figurative, esplora veri e propri bacini della memoria come territori di viaggio segnati dalle emozioni e dal   pensiero umano. 

La sua esperienza artistica, “fatta soprattutto di colore” (quale materia - tracciato - scrittura - prospettiva, in un itinerario che spazia tra pittura, scultura, libri d’arte, opere ambientali ed installazioni, in infiniti accostamenti di variazioni cromatiche) il suo work in progress compone le tessere seriali del suo “discorrere” espressivo, mantenendosi sempre fedele alla voglia di comunicare, alla responsabilità di significare.
Ha frequentato L’ISTITUTO STATALE D’ARTE DI ROMA al corso di ceramica sotto la guida del prof. Nino Caruso. 

Si è DIPLOMATA ALL’ACCADEMIA DI BELLE ARTI DI FROSINONE nel 1982 al CORSO DI PITTURA con il MASSIMO DEI VOTI E LODE.
Successivamente, nel 2008, ha conseguito il DIPLOMA DI LAUREA IN ARTI VISIVE E DISCIPLINE DELLO SPETTACOLO SPECIALIZZAZIONE IN PITTURA, CON IL MASSIMO DEI VOTI E LODE.

Nell’Anno Accademico 2017/18 presso l’Accademia di Belle arti di Frosinone consegue l’IDONEITA’ ALL’INSEGNAMENTO ACCADEMICO in DIDATTICA DEI LINGUAGGI ARTISTICI e ALL’INSEGNAMENTO di TECNICHE DEL MOSAICO. È docente di ruolo a tempo Indeterminato su cattedra di DISCIPLINE GRAFICHE e PITTORICHE PRESSO il LICEO ARTISTICO di Frosinone.